Antonino Calogero

Catania 25 maggio 2017

I Convegno Nazionale SIPFo
La Psicoterapia Forense come Pratica Clinica: Acessibilità, Volontarietà, Obbligatorietà

La donna e la violenza domestica: psicopatologia di un figlicidio.

Da sempre i poteri “forti” che rimandano all’uomo, hanno avuto la necessità di tenere sotto un ferreo controllo, il mondo femminile, apparentemente più debole, ma in realtà ritenuto “pericoloso” per la supremazia maschile. La donna è in grado di vivere una vita più a pieno, più elastica nel sapersi adattare a situazioni diverse e, talora, avverse. L’uomo con il suo schematismo razionale e rigido, non è in grado, parlando nella generalità dei casi, di trovare soluzioni adeguate a situazioni nuove, se non già quelle abitudinarie e codificate. La maggiore parità e autonomia, che la donna va conquistando nella nostra era, sembrano avere trovato impreparati gli uomini e la società tutta, che deve riequilibrarsi su di un nuovo criterio di forze, rinunciando al plus di sovranità di cui si erano, impropriamente, impadroniti. Sembra che questa sia la motivazione principale che sta facendo emergere quella quota di violenza attuale nei confronti delle donne, e forse anche una maggiore capacità, delle stesse, di denuncia rispetto al passato. Da sempre vi è una violenza, fisica e psicologica, consumata, nel silenzio all’interno delle mura domestiche, e una quota minoritaria che esplode in una forma così grave che arriva alle lesioni ed anche all’omicidio. Quella che emerge oggi fa riferimento a casi in cui la motivazione di tanta efferatezza è legata, sempre più, all’incapacità dell’uomo di potere tollerare la separazione in una relazione già finita. La moglie, la convivente, l’amante o l’ex, quando questa tende a chiudere la relazione, che oramai ritiene logora dai continui conflitti e senza futuro, trova, non l’uomo maturo in grado di affrontarli in modo adeguato, ma un “immaturo” che non tollera la ferita narcisistica di essere abbandonato, e l’incapacità di sapere gestire una “sconfitta” seppure dolorosa, in modo civile, evidentemente e per fortuna, non in tutti i casi. Non riuscendo più a tenere a bada la “docile” creatura, sempre sottomessa ai suoi voleri, l’uomo, per la sua rabbia narcisistica, slatentizza una reazione scomposta ed aggressiva verso di lei. Per il suo amore malato, ferito, mette in atto, una tale violenza che lo porta a uccidere la vittima, scegliendo di volta in volta, arma e modalità che appaga il suo desiderio di annientamento, con il coltello, con la pistola, sfigurandola, dandole fuoco per distruggerla con le fiamme della sua violenta passione patologica e per dirla con i fatti: “se non puoi essere mia, non sarai di nessun altro”. La donna non è soltanto vittima dell’uomo è anche lei stessa autrice di reato, e tra le sue vittime, alcune volte c’è la sua prole. Anche se apparentemente inconcepibile, varie sono le motivazioni che sottendono questo tipo di delitto, dove, la donna in questi casi, non usa quasi mai l’arma da fuoco, considerata “fredda” e meno coinvolgente. Il figlicidio è un reato che pone la donna nella duplice veste, oltre che di carnefice, anche di vittima. Infatti, con questo omicidio, la mamma dovrà affrontare una perdita (lutto complicato), dove è lei stessa la responsabile, di tanto dolore, da cui non si riprenderà mai del tutto. Bisogna ammettere, purtroppo, che proprio per questa categoria di reati, molto più che in tanti altri, vi è una subdola complicità spesso fatta di superficialità, insensibilità ed indifferenza, di quanti le stanno vicino, tra questi il partner in particolare, ma anche i familiari e la società. Anche le istituzioni, che, spesso, sono latitanti. Per questa solitudine in cui è lasciata una mamma nella gestione dei figli, quando nei pochissimi casi di arriva al figlicidio, si può parlare di un “reato compiuto a più mani”, anche se a pagare è solamente la donna. Incentrerò l’intervento sul caso clinico di una giovane mamma,che dopo una vita di sofferenze e solitudine, arriva al soffocamento del figlio di appena sei anni. Cresciuta in una famiglia numerosa in Sardegna, priva di affetto, arriva ad estrinsecare il suo disagio tentando il suicidio, in tenera età. Si impegna nel mondo lavorativo, senza riuscirne a mantenere uno stabile. Registrerà analoghi fallimenti nel mondo degli affetti, prima la perdita dell’infermiere che aveva sposato,in Sardegna, cui viene sottratto anche il figlio nato dalla loro unione, complice la suocera e successivamente quella con il finanziere, dove, per una grave forma di depressione arriva a commettere il reato.

AUTHOR

Dott. Antonino Calogero Già Direttore del Presidio OPG di Castiglione delle Stiviere (MN) Socio fondatore SIPFo.